Omega Speedmaster Storia: tutta la verità e curiosità dei protagonisti

La Nasa ha sempre voluto che i suoi uomini indossassero l’orologio nelle missioni. E l’Omega Moonwatch Speedmaster fu d’aiuto anche in un momento drammatico. Grazie ad un bellissimo articolo proposto dal corriere della sera cercheremo di rendervi partecipe a quella che è una delle Storie più belle nel panorama dei segnatempo. 

Per celebrare il 50° anniversario dell’allunaggio Omega ha creato un nuovo Speedmaster in oro Moonshine, in edizione limitata di 1.014 pezzi. Ispirato a una precedente serie speciale del 1969, il nuovo cronografo è animato dall’inedito calibro 3861 a carica manuale. Fedele al primo crono nel ‘59, la Casa ha realizzato l’anello della lunetta bordeaux, questa volta in ceramica. Il fondello reca l’incisione: 1969-2019, il numero dell’edizione limitata in bordeaux, e la scritta Master Chronometer.

Orologio icona: Omega Speedmaster storia

La storia dell’esplorazione spaziale è stata scandita dalla necessità di misurare lo scorrere del tempo soprattutto per gli astronauti. Il loro tempo è prezioso per molte ragioni: perché è occorso un notevole investimento per prepararli e altrettanto per costruire la stazione o qualsiasi altro veicolo spaziale in cui ospitarli; perché la loro permanenza in orbita è sempre ristretta: al massimo sono permessi, oggi, sei mesi, salvo eccezioni. Inoltre le attività che devono svolgere, sia di ricerca scientifico-tecnologica sia per la manutenzione della casa cosmica, sono tante e quindi non bisogna perdere tempo.

omega moonwatch Speedmaster Professional

È sempre stato così, a partire dal primo volo del giovanissimo Jurij Gagarin nel 1961, che regolava le sue azioni guardando il cronografo Sturmanskije (ma altre fonti sostengono fosse un Rodina) stretto sopra la tuta. Meno incerto è quello che accadeva ai primi astronauti delle navicelle monoposto Mercury a partire dal 1962. John Glenn, che era stato il primo americano a volare in orbita, si era rifiutato di indossare un orologio: gli bastavano i timer della capsula. Invece Scott Carpenter, per sicurezza, preferiva avere un’alternativa affidandosi ad un Breitling Navitimer. Wally Schirra e Gordon Cooper, che li seguivano nei mesi successivi, adottavano entrambi un Omega Speedmaster che nasceva con l’era spaziale, essendo stato presentato nel 1957, l’anno in cui i sovietici lanciavano lo Sputnik, il primo satellite artificiale. Ma fino ad allora le scelte erano soprattutto personali.

Quando, dopo il programma Mercury, la Nasa avviava il programma Gemini con le capsule biposto, concepito per sperimentare tutto quello che serviva al successivo progetto Apollo per sbarcare sulla Luna, il direttore dell’ufficio astronauti Donald «Deke» Slayton riteneva opportuno che, oltre agli strumenti del cruscotto della navicella, al braccio degli astronauti ci fosse un orologio «ufficiale». Il motivo era sempre la sicurezza, soprattutto nella fase del rientro. Se infatti gli apparati della Gemini e le comunicazioni con il centro di controllo di Houston subivano qualche guasto, impedendo di calcolare l’esatto momento in cui accendere i retrorazzi per frenare la corsa della navicella e iniziare la traiettoria di discesa, guardando l’orologio l’astronauta poteva gestire la situazione e salvarsi.

Così Slayton sottoponeva a dura prova una serie di orologi disponibili sul mercato, acquistati da Corrigan, grande rivenditore di Houston, selezionando tre modelli (Wittnauer Longines, Omega Speedmaster e Rolex) per i test finali comprendenti alte compressioni e improvvise decompressioni, fino a prove di umidità relativa. Nella scelta si preferiva un orologio meccanico, considerato più affidabile rispetto ad altri elettronici, ancora alle prime generazioni.

La scelta dell’orologio Omega Speedmaster Luna

Storia orologio Omega speedmaster Moonwatch

Omega Speedmaster Moon Watch

La scelta, infine, cadeva sull’Omega Speedmaster che da quel momento seguiva gli astronauti della Nasa. Se ne serviva Edward White nella sua prima passeggiata spaziale, controllando la permanenza mentre collaudava la pistola a razzo per spostarsi intorno alla capsula Gemini-4.

Ancora più importante diventava l’aiuto garantito agli astronauti delle missioni Apollo sulla Luna. E quando Neil Armstrong e Edwin Aldrin, nel luglio 1969, camminavano sul nostro satellite naturale, si regolavano con l’Omega Speedmaster al polso che da allora diventava il Moonwatch. La prova del fuoco si può dire sia, infine, legata all’Apollo XIII dopo il grave incidente al generatore di energia. I tempi per l’uscita dall’orbita lunare erano calcolati con l’aiuto dell’orologio e James Lovel, Jack Swigert e Fred Haise tornavano a casa sani e salvi.

Ma anche il nostro primo astronauta italiano, Franco Malerba, nel suo volo sullo shuttle Atlantis nel 1992, guardava al suo Omega al polso. E adesso lo possiamo ammirare esposto nella sezione spaziale del Museo nazionale della scienza e della tecnologia «Leonardo da Vinci» a Milano, ricordando la sua impresa.

Come fu fondamentale l’Omega Speedmaster Moonwatch

Storia dell'orologio Omega Speedmaster in dotazione per la missione Apollo 11 del 1969

L’unico modo per rivivere quell’affascinante momento, è ascoltando le parole di uno degli interpreti principali, come Michael Collins, il «terzo uomo» dell’allunaggio del 1969.

Oggi non sono in pochi a domandarsi se un lancio in grande stile del programma per arrivare su Marte — possibile solo unendo Occidente e Oriente, europeisti e sovranisti, nazioni cristiane e maomettane, nord e sud del pianeta — potrebbe fare bene al tempo incerto che viviamo.

Nel 2019, come nel 1969, i problemi che l’umanità ha davanti sono molti ed alcuni paiono più urgenti dei voli interplanetari. Ma è indubbio che una parte decisiva del mondo ha bisogno di credere e di abbeverarsi al nuovo, al futuro. L’esplorazione del cosmo è nuova. E il futuro – lo diceva Wernher Von Braun – è sempre interessante.

La storia dell’allunaggio è una miniera di fatti e racconti. Sceglierne uno è arduo. Meglio perdersi nell’universo di Youtube, o nella montagna di libri e di documenti disponibili con un click. E fare indigestione. Dovendo sintetizzare, una delle storie più belle è quella dell’astronauta che in effetti non sbarcò. Non perché l’allunaggio fu messo in scena in uno studio di Hollywood (le tracce delle sei missioni si vedono al telescopio), ma perché sul LEM c’era posto per due.

Michael Collins, nato curiosamente a Roma nel 1930, rimase sull’Apollo a circumnavigare la Luna, mentre i suoi due compagni entravano in uno scatolino di latta che aveva il 50% di possibilità di non tornare. Collins — di gran lunga il più sorridente e simpatico dei tre — si arrabbiava quando i giornalisti di tutto il mondo lo descrivevano come «l’uomo più solo dell’universo », «l’eroe della grande rinuncia ». «Mai stato così bene come in quelle ventisette ore in cui Neil e Buzz erano via» ride ancora oggi l’astronauta.

«Tutto stava andando bene — racconta — io, restato solo nel modulo, avevo un sacco di spazio, potevo godermi lo spettacolo della Luna, compresa la faccia nascosta. E siccome delle due ore necessarie a compiere un’orbita solo 45 minuti erano in silenzio radio (quelle dietro la Luna n.d.r) avevo sempre nelle orecchie la voce di Houston, o quella di Armstrong e Aldrin. Altro che solitudine!»

Il «terzo uomo» sentiva l’onore immenso di essere comunque a bordo della missione 11, che sarebbe scesa per prima. E con la responsabilità di pilotare l’Apollo durante i «rendez-vous». Tutto, ricorda, filò liscio, tranne gli ultimi istanti della discesa sul satellite. «Il terreno era molto più accidentato del previsto, con rocce grandi come automobili. E Neil dovette sorvolarle bruciando un sacco di carburante. Toccarono il suolo con tredici secondi di autonomia ».

E quei secondi furono scanditi da un orologio che più meccanico di così non si può, con la molla e la ricarica manuale, come all’alba dell’orologeria. Perché il quarzo c’era già nel computer (che si poteva guastare e infatti si guastò) e il rotore, con la gravità ridotta a un sesto, sarebbe stato a disagio anche lui. L’Omega Speedmaster, che dopo una serie di test fu scelto dalla Nasa e divenne l’unico cronografo mai sbarcato su un corpo celeste, è l’oggetto più rappresentativo, fascinoso e disponibile che possiamo tenerci vicino. Per rivivere quel «piccolo passo» che ci stregò.

L’evoluzione dello Speedmaster negli anni ’70

Lo Speedmaster si sviluppa negli anni Settanta, quando il marchio Omega decide di utilizzare il quarzo per migliorare le prestazioni dei propri orologi da polso di lusso. Inizialmente, questo orologio non ebbe il meritato successo, perché gli intenditori lo ritenevano non degno dell’alta orologeria svizzera. Con il tempo, però, è diventato un cronometro da collezione, anche se non è facile trovarlo. Ecco qual è la sua evoluzione.

Questa storia parte nel 1972, con due varianti dello Speedmaster Mark II. Il riferimento è al BA 145.0034 in acciaio e alla versione in oro MD 145.0034. Queste due versioni hanno una pecca: pur mantenendo il calibro manuale 861, le prestazioni ci perdevano nella sfida alla profondità marina. Infatti, mentre il modello base garantiva 12 atmosfere, le prestazioni di questi due modelli erano dimezzate.

Anche se può sembrare un dettaglio, non lo è mai quando si parla di orologeria da polso. Infatti, in quegli anni partiva la sfida agli orologi che meglio resistevano alla pressione sott’acqua.

Speedmaster Ref. 145.022-69

In alto un raro Speedmaster Ref. 145.022-69, movimento calibro 861, anse ad elica, realizzato dal 1968 al 1978.

Per vedere il marchio a fuoco di Speedmaster, però, sarà necessario aspettare l’anno successivo, con la Ref. ST 145.022.

Dello stesso periodo è lo Speedsonic. Questo modello si presenta come la novità per via del calibro 1255 al diapason. Questo calibro “sperimentale” mantiene comunque la precisione assoluta obbligatoria per i modelli di lusso. Il problema di questo calibro è che si ferma e si rompe facilmente e un diapason fermo va dato per morto, quindi va sostituito nel caso.

In più, questo orologio si può scegliere in due varianti: una con cinturino in cuoio (Ref. ST 188.0002) e l’altra con quello in acciaio (ST 388.0800, “Langouste”) , quindi si parte con una forma di personalizzazione dell’orologio tutt’altro che scontata.

Dello stesso anno ci sono la Ref. ST 176.0009 (scheda nel prossimo paragrafo) e la Ref. ST 378.0801. Con quest’ultimo modello, c’è già un passo nella Storia dello Speedmaster, perché nasce per festeggiare i 125 anni di attività del brand e perché nel mondo del collezionismo è una chicca. Solo 2000 sono i pezzi usciti dalla fabbrica.

Le innovazioni fino allo spazio

Un rarissimo Speedmaster “FIFA” Ref. ST 11003-2, a carica automatica del 1979.

In alto un rarissimo Speedmaster “FIFA” Ref. ST 11003-2, a carica automatica del 1979.

La sperimentazione di Omega si completa nel ’74 con il distaccatore automatico per il calibro 861. Così, i modelli di quell’anno mostrano l’orario completo delle 24 ore, più le particolari casse tonneau galbé/biseauté (= dipende dal modello).

Infine, l’anno dopo, Omega festeggia le sfide dei primi astronauti nello spazio con la Ref. ST 145.022. Anche qui, si tratta di pezzi di alto collezionismo. 500 i pezzi realizzati, riconoscibili dallo stemma blu Apollo-Sojuz sopra il nome del brand, ore 12.

Dettagli
Omega MoonWatch Speedmaster
Nome Articolo
Omega MoonWatch Speedmaster
Descrizione
La vera storia e leggenda dell'orologio Omega Speedmaster che andò sulla luna
Autore
Recensioniorologi.it
Logo